PNEI – PsicoNeuroEndocrinoImmunologia
“Ho iniziato a occuparmi di PNEI oltre 25 anni fa… Sul piano della relazione fra sistema nervoso e sistema immunitario, il testo scientifico più rilevante era una review di Edwin Blalock del 1989 che, per la prima volta, documentava che i linfociti avevano recettori per gli ormoni e per i neurotrasmettitori prodotti dal cervello e che, al tempo stesso producevano ormoni e neurotrasmettitori del tutto simili a quelli cerebrali. Era una prova forte che i due sistemi comunicavano fra loro……adesso il futuro che vedo per la PNEI è davvero roseo dal punto di vista scientifico, perché ormai la trasversalità e l’interdisciplinarità sono una costante della ricerca scientifica. Gli ostacoli ci sono, perché dobbiamo aumentare la diffusione di questo approccio e aumentare la formazione Pnei universitaria e post universitario”
F. Bottaccioli – Fondatore della SIPNEI, di cui è stato il primo presente e poi Presidente Onorario.

La Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) rappresenta l’approccio interdisciplinare più completo per spiegare la salute e la malattia negli esseri umani, dal momento che PNEI significa appunto lo studio delle relazioni tra i sistemi neurologico, endocrino, immunitario e psichico in relazione all’ ambiente esterno, sia esso fisico e sociale. Questo perché la visione dicotomica di Cartesio fra psiche e corpo è ovviamente ormai superata da decenni, per cui come sostiene Ader nella Prefazione alla IV edizione di Psychoneuroimmunology del 2007, i confini tra le varie discipline hanno principalmente motivi storico-politici che possono condurre ad una semplificazione del sapere scientifico, che è diventato una frammentazione di discipline.
Tanto che le origini di questo paradigma si possono rintracciare già nell’antichità sia a Oriente che a Occidente, quando si aveva una concezione dell’essere umano come un unicum, salvo poi aderire nel corso dei secoli ad un paradigma riduzionista che ha semplificato l’analisi di un fenomeno complesso come l’essere umano, ma non lo ha più rappresentato, mostrando i suoi limiti evidenti nella cura di molteplici malattie. Partendo da questi presupposti, già ai primi del 900’ Cannon, fisiologo e psicologo americano, facendo ricerche sulle reazioni degli animali sottoposti ad eventi critici, mostrò come lo stress potesse indurre una reazione di attacco-fuga e ipotizzò un centro emotivo per la gestione dello stress nell’ipotalamo. Alle sue ricerche si aggiunsero quelle di Selye che negli anni ’70 venne definito il dottor “stress”, perché evidenziava che c’era un ruolo delle emozioni nella genesi delle malattie (quello che oggi è attribuibile all’asse ipotalamo-ipofisi-surrene), per cui agenti stressanti come tossine, agenti fisici o agenti psichici vanno a creare un adattamento disfunzionale che può condurre la malattia.
Questi studi sono solo un esempio degli antesignani di questo approccio, che ufficialmente nasce nel 1981 con la prima edizione di Psychoneuroimmunology a cura di Robert Ader, con l’obiettivo di riunificare i sistemi psico-fisiologici analizzati da almeno 200 anni in studi frammentati.
A conferma di questo cambiamento nell’approccio scientifico, nel 1984 vinse il Nobel per la medicina Niels Jerne che evidenziò che il sistema immunitario funzionava come un network, ovvero una rete che metteva in relazione l’antigene e l’anticorpo (esterno e interno), ma mostrò che c’era anche una relazione fra gli anticorpi stessi che influenzava il sistema immunitario, quindi c’era da tener presente anche una relazione interno-interno. Jerne evidenziò delle similitudini fra il sistema immunitario e il sistema nervoso, entrambi dotati di un sistema basato su segnali eccitatori e inibitori e di un sistema di memoria, per cui andava definitivamente a cadere la concezione modulare e lineare con cui si era fino a quel momento analizzato l’essere umano.
Questa scoperta oltre ad essergli valsa a suo tempo il Nobel, oggi è stata confermata da tutti gli studi di epigenetica, dagli studi sulla plasticità e da quelli sulla neurogenesi.
Nell’approccio PNEI la psicologia e la psicoterapia rivestono un ruolo centrale, perché ormai molti studi sia sull’animale sia sull’essere umano, mostrano che alcune aree cerebrali subiscono un cambiamento nei neuroni, che possono cambiare la loro morfologia o morire definitivamente a causa dello stress cronico. Fin dagli anni 80’ una scoperta dei coniugi Janice Kiecolt-Glaser e Ronald Glaser, entrambe dell’Ohio State University College of Medicine, aveva evidenziato dagli studi sugli animali che c’era un collegamento fra stress e infezione, per cui sottoponendo ad un esperimento gli studenti universitari notarono che le difese immunitarie degli studenti diminuivano ogni anno a causa dello stress del periodo di esame. Infatti i partecipanti al test avevano in quei periodi meno cellule killer naturali, quelle che combattono i tumori e le infezioni virali. Questa scoperta diede l’avvio a studi che portarono nel 1992 a dimostrare che lo stress psichico cronico era peggiore di uno stress breve ma acuto, perché andava ad alterare anche il sistema immunitario, causando un’alterazione della dinamica immunitaria che è all’origine di molte patologie autoimmuni. Oggi dagli studi delle neuroscienze abbiamo avuto conferma che le più importanti aree cerebrali che subiscono una modificazione a causa dello stress cronico sono l’ippocampo, le cortecce prefrontali e l’amigdala. Sempre negli anni 90’ nel settore dell’endocrinologia il dottor George Chrousos aveva dimostrato che lo stress andava ad influenzare tutti gli altri assi endocrini, alterando la crescita, la sessualità, l’attività tiroidea e le attività metaboliche in genere. Questo breve excursus mostra come in campo scientifico sia sempre più evidente che l’aspetto psichico vada integrato nell’approccio medico, perché è correlato sia con il sistema immunitario sia con il sistema endocrino e dunque influenza enormemente le possibilità di cura e la genesi della malattia. Ed è ancora più evidente il suo ruolo oggi che gli studi di epigenetica hanno evidenziato che gli esseri umani sono dei sistemi aperti, per cui la predisposizione genetica alle malattie non va intesa in modo deterministico, dal momento che l’espressione dei geni si differenzia dalla struttura del DNA e l’espressione dei geni dipende anche dal contesto ambientale. La protezione della salute va vista dunque come protezione anche dei fattori ambientali salutari.
Ovviamente in campo scientifico ci sono sempre delle complessità da affrontare. Nel caso specifico della PNEI, le varie discipline che unifica hanno a loro volta molteplici punti di vista che le differenziano al loro interno (basti pensare ad esempio ad un’analisi fisiologica, clinica, genetica oppure ai tanti approcci che esistono in psicoterapia), con l’ulteriore difficoltà di sviluppi non eterogenei, come sta avvenendo con le neuroscienze, che si stanno sviluppando, ma sono ancora molto recenti rispetto alle altre discipline. Questo per sottolineare come lo sviluppo della PNEI proceda lentamente, perché rispecchia la complessità di noi esseri umani, ma proprio perché maggiormente rappresentativa apre nuove frontiere di cura nelle patologie complesse.
E in questa ottica integrata anche l’essere umano non può essere considerato oggetto di studio solo quando è malato, perché significherebbe ridurlo ancora una volta ad una visione dicotomica fra salute e malattia, piuttosto la PNEI cerca di dare voce alla sua interezza e pone l’accento sulla relazione: la relazione fra sistemi biologici e psichici e la relazione tra l’individuo nel suo complesso e l’ambiente.
LA FORMAZIONE PNEI
La dottoressa Lisa De Marinis ha frequentato il Master annuale di I livello in Psiconeuroendocrinoimmunologia ed. 2020 – 2021 presso l’Università di Torino. La tesi sperimentale interdisciplinare su un caso clinico sofferente di Rettocolite Ulcerosa, seguito insieme ad altri due colleghi, Leaslye Pario (nutrizionista) e Velio Degola (psicoterapeuta), con un piano terapeutico con approccio pnei, è diventata poi un articolo sulla Rivista Scientifica PneiReview n.2 (2021) ed. Franco Angeli.
Per approfondimenti sulle applicazioni cliniche dell’approccio PNEI è possibile consultare il sito: www.sipnei.it
