“Il canto degli uccelli, per quanto abbia evidenti usi adattivi (nel corteggiamento, nel comportamento aggressivo, nella delimitazione del territorio, ecc), ha una struttura relativamente fissa…L’origine della musica umana è molto meno facile da comprendere. Lo stesso Darwin aveva scritto: “Né il piacere legato alla produzione di note musicali, né la capacità di produrle sono facoltà che abbiano il benchè minimo utile diretto per l’uomo…devono essere collocate fra i misteri di cui è dotato”. Oliver Sacks – MUSICOFILIA

La musica è probabilmente la forma d’arte più “effimera” dal momento che è intangibile, ciononostante la musica accompagna da sempre la vita dell’uomo fin dalla preitostoria e a livello terapeutico negli ultimi decenni, la musicoterapia è emersa come una disciplina clinica basata su evidenze, capace di integrare l’intervento psicoterapico, neurobiologico e medico in molteplici ambiti. La musica, quale stimolo multisensoriale e affettivo, attiva numerose aree cerebrali coinvolte nelle emozioni, nella memoria, nella motivazione e nella regolazione del sistema nervoso autonomo.
Effetti neurobiologici della musica
L’ascolto o la produzione musicale stimola strutture profonde del cervello come l’amigdala, l’ippocampo, la corteccia prefrontale e il nucleo accumbens. Queste aree sono coinvolte nella modulazione del tono dell’umore, nell’elaborazione del piacere e nella regolazione dello stress. Inoltre, la musica può:
Ridurre i livelli di cortisolo, ormone dello stress,
Stimolare il rilascio di dopamina e ossitocina, neurotrasmettitori associati al piacere e al legame sociale,
Sincronizzare il ritmo cardiaco e respiratorio attraverso la regolazione del sistema nervoso autonomo.
In ottica PNEI la musica agisce come mediatore tra psiche e corpo, influenzando i sistemi ormonali, immunitari e nervosi. Essa contribuisce a:
Ridurre l’infiammazione sistemica attraverso la modulazione dello stress,
Migliorare la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), indice di salute vagale,
Potenziare il sistema immunitario attraverso l’induzione di stati affettivi positivi.
Applicazioni cliniche
Studi clinici indicano che l’ascolto musicale quotidiano può ridurre i livelli di ansia e sintomi depressivi. In particolare, la musica classica o ambientale a ritmo lento ha mostrato efficacia nel migliorare l’umore e ridurre l’iperattivazione fisiologica.
In pazienti con ictus, Parkinson o Alzheimer, la musica stimola la plasticità neuronale e migliora funzioni cognitive e motorie. Tecniche come la musicoterapia neurologica (NMT) sono impiegate per il recupero del linguaggio (afasia), del movimento (gait training) e della memoria.
La musica riduce la percezione del dolore attraverso meccanismi attentivi e neurochimici, offrendo sollievo nei pazienti oncologici, fibromialgici o traumatizzati. Nell’ambito della psicotraumatologia, può essere integrata a terapie come EMDR per facilitare la regolazione emotiva.
La musica facilita la comunicazione non verbale, la condivisione emotiva e la coesione nei gruppi terapeutici. È particolarmente utile con pazienti che hanno difficoltà a verbalizzare le emozioni (es. bambini, adolescenti, pazienti con autismo).
Negli ultimi anni si è diffuso un crescente interesse per la musica accordata a 432 Hz, una frequenza di riferimento alternativa alla standard internazionale di 440 Hz. Secondo alcuni sostenitori, l’accordatura a 432 Hz avrebbe effetti benefici sulla mente e sul corpo umano, favorendo rilassamento, coerenza cardiaca e benessere psicofisico.
Perché l’accordatura a 432 Hz implica che la nota La centrale (A4) venga sintonizzata a questa frequenza, rispetto ai 440 Hz convenzionali. Si sostiene che 432 Hz sia più in armonia con le frequenze naturali del corpo umano e dell’universo, in particolare con la risonanza di Schumann (~7.83 Hz), cioè la frequenza delle onde elettromagnetiche nella ionosfera terrestre. Anche se questa correlazione è teoricamente interessante, non è ancora confermata da evidenze robuste.
Ci sono infatti, alcuni studi che hanno cominciato a investigare gli effetti fisiologici e psicologici della musica a 432 Hz rispetto a 440 Hz. Tra questi:
Calamassi & Pomponi (2019): uno studio condotto su 38 partecipanti ha evidenziato che l’ascolto di musica a 432 Hz riduceva la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa più efficacemente rispetto alla musica a 440 Hz, suggerendo un effetto rilassante potenzialmente maggiore.
Di Nasso et al. (2016): uno studio sperimentale ha confrontato l’effetto di entrambe le frequenze su ansia e stress in pazienti odontoiatrici. L’ascolto a 432 Hz è stato associato a un maggiore rilassamento percepito.
Tuttavia, la dimensione campionaria ridotta e la eterogeneità dei protocolli rendono necessari ulteriori studi con disegni sperimentali rigorosi per confermare tali effetti.
Da un punto di vista neurofiologico la musica a ritmo lento e tono profondo — caratteristiche spesso associate a brani a 432 Hz — può:
Indurre risposte parasimpatiche, riducendo l’attività del sistema simpatico e abbassando il cortisolo;
Aumentare la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), un indicatore di equilibrio autonomico e resilienza allo stress;
Stimolare la coerenza cardiaca, sincronizzando il battito cardiaco con la respirazione, condizione che favorisce stati di calma e lucidità mentale.
Questi effetti non sono esclusivi della musica a 432 Hz, ma possono manifestarsi con altri tipi di musica che rispettino caratteristiche affettive e ritmiche rilassanti. Tutto questo evidenzia che l’esperienza dell’ascolto musicale è anche altamente soggettiva. Alcuni ascoltatori riferiscono che la musica a 432 Hz suona “più calda”, “più naturale” o “più armoniosa”, ma queste percezioni variano da persona a persona e possono essere influenzate da suggestione, contesto culturale o preferenze estetiche.
La musicoterapia
Un discorso a parte merita in ambito clinico merita la musicoterapia, perché è una disciplina che utilizza la musica e i suoi elementi (suono, ritmo, melodia, armonia) all’interno di una relazione terapeutica per promuovere il benessere, migliorare la comunicazione, supportare l’elaborazione emotiva e favorire il cambiamento. Nata come pratica empirica nei contesti riabilitativi e psichiatrici del Novecento, i modelli teorici di riferimento sono diversi:
Modello psicodinamico: considera la musica come veicolo espressivo dell’inconscio e favorisce il transfert e l’elaborazione simbolica.
Modello comportamentale e cognitivo: utilizza rinforzi musicali per promuovere comportamenti adattivi, attenzione e memoria.
Modello umanistico-esperienziale: vede nella musica un mezzo per l’autorealizzazione, l’espressione di sé e la crescita personale.
Modello neuroscientifico: esplora le basi neurali dell’ascolto e della produzione musicale, evidenziando il coinvolgimento di circuiti sensoriali, motori, emotivi e cognitivi. Infatti la musica attiva ampie reti cerebrali che coinvolgono:
Corteccia uditiva: elaborazione dei suoni.
Sistema limbico (amigdala, ippocampo): risposta emotiva e memoria affettiva.
Nucleus accumbens: ricompensa e piacere.
Corteccia motoria e cerebellare: coordinazione e sincronizzazione.
Corteccia prefrontale: pianificazione, attenzione e regolazione affettiva.
Come abbiamo già visto l’esperienza musicale promuove la neuroplasticità e stimola il rilascio di neurotrasmettitori come dopamina, serotonina, endorfine e ossitocina, responsabili del miglioramento dell’umore, della riduzione dello stress e della connessione sociale. Si distingue in varie modalità:
Musicoterapia attiva: l’utente partecipa attivamente creando suoni, suonando strumenti o cantando.
Musicoterapia recettiva: l’utente ascolta brani musicali selezionati o improvvisati e ne esplora il vissuto emotivo.
Improvvisazione musicale: spesso usata in ambito relazionale e infantile per favorire la comunicazione non verbale.
La musicoterapia viene applicata oggi in vari contesti clinici:
1. Psichiatria e salute mentale
La musicoterapia è efficace nella riduzione dei sintomi di depressione, ansia, psicosi e disturbi dell’umore, migliorando la qualità della vita, l’autostima e le capacità relazionali. In pazienti schizofrenici, ad esempio, è stata associata a una riduzione della sintomatologia negativa e a un aumento delle abilità sociali (Gold et al., 2009).
2. Neuro-riabilitazione
Nella neurologia, la musicoterapia migliora la funzione motoria, la comunicazione e la memoria nei pazienti con ictus, morbo di Parkinson, sclerosi multipla o Alzheimer. La tecnica di entrainment ritmico facilita la camminata e la coordinazione (Thaut et al., 2015).
3. Età evolutiva
Nei bambini con disturbi dello spettro autistico, la musicoterapia migliora l’interazione sociale, la comunicazione non verbale e la regolazione emotiva (Geretsegger et al., 2014).
4. Oncologia e cure palliative
La musica è utilizzata per ridurre il dolore, l’ansia e l’isolamento nei pazienti oncologici, contribuendo a una migliore qualità della vita e al contenimento dello stress nelle fasi terminali.
5. Ostetricia e perinatalità
La musicoterapia accompagna il parto e la gravidanza, riducendo lo stress, favorendo il bonding madre-bambino e migliorando l’esperienza del travaglio.
Gli effetti neurocognitivi sul cervello di chi suona strumenti musicali
La pratica musicale è una delle attività umane più complesse dal punto di vista neurobiologico. Suonare uno strumento richiede la coordinazione di molteplici aree cerebrali coinvolte nel movimento, nell’udito, nell’attenzione, nella memoria e nell’elaborazione emotiva. Studi neuroscientifici recenti mostrano che questa pratica può produrre effetti strutturali e funzionali duraturi sul cervello, differenziati in parte in base al tipo di strumento suonato.
Neuroplasticità indotta dalla pratica musicale
Numerosi studi di neuroimaging (Schlaug et al., 2005; Gaser & Schlaug, 2003) dimostrano che i musicisti professionisti presentano:
maggiore volume di corpo calloso, connettore interemisferico;
aumento della materia grigia in aree motorie, uditive e visive;
potenziamento della funzionalità esecutiva (memoria di lavoro, attenzione selettiva, flessibilità cognitiva).
Questi cambiamenti, espressione della neuroplasticità indotta dalla pratica, differiscono leggermente a seconda dello strumento suonato. In modo sintetico si evidenzia che in base al tipo di strumento:
Strumenti a tastiera (es. pianoforte)
Richiedono bimanualità simmetrica e un alto grado di coordinazione tra mani indipendenti.
Stimolano la memoria procedurale e la lettura polifonica.
Aumentano la connettività tra emisfero sinistro (linguaggio, logica) e destro (melodia, espressione).
Studi su pianisti (Bangert & Schlaug, 2006) mostrano una espansione del corpo calloso e un’integrazione superiore tra corteccia motoria e uditiva.
Strumenti a corda (es. violino, chitarra)
Coinvolgono movimenti motori asimmetrici (es. mano sinistra sulle corde, mano destra con arco o plettro).
Migliorano la precisione fine-motoria e la coordinazione occhio-mano.
Nei violinisti, è stata riscontrata una maggiore rappresentazione somatosensoriale della mano sinistra (Elbert et al., 1995), legata alla complessità tattile della tastiera.
Possono contribuire allo sviluppo di una maggior plasticità sensoriale-motoria.
Strumenti a fiato (es. flauto, sax, clarinetto)
Richiedono controllo respiratorio fine, lavoro diaframmatico e coordinazione oro-facciale.
Stimolano aree limbiche connesse alla regolazione emotiva e al ritmo.
Sono associati a una maggiore attivazione del circuito vagale e riduzione dello stress, simile a tecniche di respirazione consapevole.
Suonare strumenti a fiato migliora l’attenzione sostenuta e la capacità di sincronizzazione temporale.
Strumenti a percussione (es. batteria, marimba)
Attivano intensamente la corteccia motoria e il cervelletto, migliorando il timing motorio e la sincronizzazione interemisferica.
Favoriscono l’apprendimento ritmico e l’intelligenza temporale, con effetti positivi anche sulla regolazione dell’impulsività nei bambini con ADHD.
Studi EEG mostrano una maggiore coerenza interemisferica e attivazione del sistema dopaminergico, coinvolto nella motivazione e ricompensa.
Questi dati suggeriscono che suonare strumenti musicali è oggi considerato parte integrante di interventi musicoterapeutici, in ambito neurologico (riabilitazione post-ictus, Parkinson), psicologico (ansia, depressione), e neuroevolutivo (autismo, ADHD). Ma è evidente che l’apprendimento musicale precoce è associato a migliori performance in linguaggio, lettura e matematica, grazie alla condivisione di risorse cognitive tra reti neurali musicali e linguistiche. Inoltre, la pratica musicale regolare può anche prevenire il declino cognitivo in età avanzata, migliorando riserva cognitiva e neurogenesi ippocampale.
Bibliografia
Bangert, M., & Schlaug, G. (2006). Specialization of the specialized in features of external human brain morphology. European Journal of Neuroscience, 24(6), 1832–1834.
Bradt, J., & Dileo, C. (2014). “Music interventions for mechanically ventilated patients.” Cochrane Database of Systematic Reviews, (12).
Calamassi, D., & Pomponi, G. P. (2019). Music tuned to 432 Hz versus 440 Hz and the health effects: A double-blind cross-over pilot study. Explore, 15(4), 283–290.
Chanda, M. L., & Levitin, D. J. (2013). “The neurochemistry of music.” Trends in Cognitive Sciences, 17(4), 179–193.
Di Nasso, L., Nizzardo, A., Pace, R., Pierleoni, F., Pagavino, G., & Barone, A. (2016). Influence of 432 Hz music on the perception of anxiety during endodontic treatment: a randomized controlled clinical trial. Journal of Endodontics, 42(9), 1338–1343.
Elbert, T., Pantev, C., Wienbruch, C., Rockstroh, B., & Taub, E. (1995). Increased cortical representation of the fingers of the left hand in string players. Science, 270(5234), 305–307.
Gaser, C., & Schlaug, G. (2003). Brain structures differ between musicians and non-musicians. The Journal of Neuroscience, 23(27), 9240–9245.
Geretsegger, M., Elefant, C., Mössler, K. A., & Gold, C. (2014). “Music therapy for people with autism spectrum disorder.” Cochrane Database of Systematic Reviews, Issue 6.
Gold, C., Solli, H. P., Krüger, V., & Lie, S. A. (2009). “Dose-response relationship in music therapy for people with serious mental disorders: Systematic review and meta-analysis.” Clinical Psychology Review, 29(3), 193–207.
Hille, K., Gust, K., Bitz, U., & Kammer, T. (2011). Associations between musical abilities and precursors of reading in preschool aged children. Frontiers in Psychology, 2, 94.
Koelsch, S. (2010). “Towards a neural basis of music-evoked emotions.” Trends in Cognitive Sciences, 14(3), 131–137.
Koelsch, S. (2014). Brain correlates of music-evoked emotions. Nature Reviews Neuroscience, 15(3), 170–180.
Koelsch, S. (2015). “Music-evoked emotions: Principles, brain correlates, and implications for therapy.” Annals of the New York Academy of Sciences, 1337(1), 193–201.
Magee, W. L. et al. (2017). “Music therapy in health settings: A review of clinical and research evidence.” European Journal of Integrative Medicine, 9, 70–76.
Schlaug, G., Jancke, L., Huang, Y., & Steinmetz, H. (1995). In vivo evidence of structural brain asymmetry in musicians. Science, 267(5198), 699–701.
Thaut, M. H., & Hoemberg, V. (2015). Handbook of Neurologic Music Therapy. Oxford University Press.
Thoma, M. V., et al. (2013). “The effect of music on the human stress response.” PLoS ONE, 8(8), e70156.
Thoma, M. V., Ryf, S., Mohiyeddini, C., Ehlert, U., & Nater, U. M. (2013). Emotion regulation through listening to music in everyday situations. Cognition
