L’EMPATIA
“Le emozioni sono contagiose, lo sappiamo per esperienza. Dopo un caffè con un amico, ti senti bene….se vogliamo vivere bene, abbiamo bisogno di una certa abilità per muoverci in tre diverse aree: il mondo esterno, il mondo interno e il mondo degli altri. Quando ci concentriamo su noi stessi, il nostro mondo si contrae. Ma quando ci concentriamo sugli altri, il nostro mondo si espande. I nostri problemi si spostano alla periferia della mente e sembrano più piccoli, e aumentiamo la nostra capacità di connessione o di azione compassionevole.“ DANIEL GOLEMAN
Rizzolatti, nel 1966 insieme ad altri colleghi scoprì i neuroni specchio, che si attivano sia quando un individuo compie un’azione, sia quando osserva la stessa azione compiuta da un altro. Questi neuroni, localizzati nell’area premotoria e nel lobo parietale inferiore, costituiscono la base neurale della empatia motoria e dell’imitazione, facilitando il riconoscimento intuitivo delle emozioni altrui.
“In ogni azione, oltre ciò che si fa,conta l’intenzione, il perché la si fa….Prendo il bicchiere, è l’azione. Come lo prendo è fondamentale per capire l’intenzione.Se per bere, per brindare, o per scagliarlo contro il mio interlocutore, per esempio. E sono i neuroni specchio che ci rivelano l’intenzione in tempo reale, per cui siamo pronti a coprirci la faccia se chi ci sta dinanzi ha intenzioni aggressive.” Rizzolatti
Empatia significa dunque entrare nei panni degli altri perché il nostro cervello si sintonizza con quello di chi ci sta intorno.
L’empatia è una componente essenziale dell’interazione umana, perché ci consente di comprenderci reciprocamente, di cooperare verso un comune obiettivo e dunque di avere un comportamento prosociale, che implica un maggior senso di benessere per me come singolo, ma per me come membro che appartiene ad una specie e ad un’ambiente. Negli ultimi due decenni, dalla scoperta di Rizzolatti e del suo team le neuroscienze hanno chiarito le basi neurali dell’empatia, evidenziandone il ruolo nella regolazione emotiva, che poi determina un presupposto fondamentale per il mantenimento della salute mentale e fisica.
Dopo la scoperta dei neuroni mirror, molti studi sono stati condotti sull’empatia di tipo sociale e neurobiologico e questi hanno chiarito ancor di più come la capacità empatica contribuisca a ridurre l’isolamento sociale, a migliorare la resilienza e a promuovere comportamenti di cura verso se stessi e gli altri, incrementando un maggior benessere.
Batson et al. – L’altruismo empatico (1981, 1991)
In una serie di esperimenti, Daniel Batson e colleghi dimostrarono che l’empatia può motivare comportamenti altruistici.
In un famoso studio del 1981, i partecipanti osservavano una persona (Elaine) sottoposta a scariche elettriche durante un compito. I soggetti che sperimentavano maggiore empatia erano più propensi a offrirsi volontari per sostituirla, anche se ciò comportava un costo personale.
Milgram e la risposta empatica
Sebbene noto per il suo esperimento sull’obbedienza, anche l’esperimento di Milgram (1963) offre spunti sull’empatia, perché i partecipanti mostravano disagio e sofferenza empatica nel dover infliggere “scosse elettriche” a un altro individuo, in base al grado di obbedienza all’autorità che ordinava di dare delle scosse e questo dipendeva da due fattori: la distanza tra insegnante che ordinava e l’allievo che eseguiva e la distanza tra soggetto che dava le scosse e chi le subiva, perché più la distanza diventava ravvicinata e più era difficile eseguire gli ordini. L’esperimento di Milgram dimostra che l’obbedienza dipende anche dalla ridefinizione del significato della situazione, per cui ogni situazione è caratterizzata da una sua ideologia che la definisce e spiega il significato degli eventi che vi accadono, e dunque se percepisco qualcuno distante e diverso da me, non si attiverà empatia.
Tania Singer – Empatia e dolore (2004)
Utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), Singer et al. dimostrarono che osservare una persona amata soffrire, attiva le stesse aree cerebrali coinvolte nell’esperienza diretta del dolore (insula anteriore, corteccia cingolata anteriore).
Decety & Lamm (2006)
Hanno distinto tra empatia cognitiva ed empatia affettiva, dimostrando che l’empatia affettiva coinvolge la corteccia insulare e il sistema limbico, mentre quella cognitiva si basa su regioni come la corteccia prefrontale mediale.
Studi sul “distanziamento” emotivo (Cikara et al., 2011)
L’empatia è influenzata dalla percezione del gruppo di appartenenza. I partecipanti mostravano meno empatia verso membri di un gruppo percepito come rivale.
Esperimenti sul “bystander effect” (Darley & Latané, 1968)
Anche se non focalizzati direttamente sull’empatia, questi studi mostrano come la presenza di altri spettatori riduca la tendenza ad agire empaticamente.
Empatia indotta sperimentalmente
Esperimenti recenti (Klimecki et al., 2013) hanno mostrato che l’empatia può essere allenata attraverso pratiche di meditazione compassionevole (Loving Kindness Meditation), che modifica la connettività cerebrale tra aree limbiche e prefrontali, migliorando la regolazione emotiva.
Questi studi hanno confermato la scoperta di Rizzolatti e ci consentono oggi di distinguere l’empatia in due componenti principali:
- Empatia affettiva, ovvero la condivisione emozionale con l’altro, in cui i circuiti cerebrali coinvolti sono: l’amigdala, l’insula anteriore e la corteccia cingolata anteriore. Queste aree sono coinvolte nella risposta affettiva all’osservazione del dolore o della sofferenza altrui. Studi di fMRI hanno dimostrato che osservare un’altra persona soffrire attiva circuiti cerebrali sovrapponibili a quelli attivati dal dolore vissuto in prima persona (Singer et al., 2004).
- Empatia cognitiva, ovvero la comprensione delle emozioni altrui tramite processi mentali come la teoria della mente, Theory of Mind (ToM), cioè la capacità di inferire gli stati mentali altrui. Questa funzione permette una comprensione più sofisticata e modulata delle emozioni dell’altro, essenziale per la regolazione emotiva e l’adattamento sociale e i circuiti cerebrali coinvolti sono: la corteccia prefrontale mediale, insieme alla giunzione temporo-parietale.
Poiché l’empatia consente di modulare le proprie risposte emotive in relazione all’ambiente sociale, essa influenza enormemente la regolazione emotiva che migliora la qualità di vita perché:
- Riduce le risposte di iperattivazione limbica, favorendo l’autoregolazione.
- Attiva la corteccia orbitofrontale, associata al controllo inibitorio e alla valutazione delle emozioni.
- Favorisce l’attaccamento sicuro, attraverso la sintonizzazione affettiva (Schore, 2012).
Diversi studi longitudinali hanno anche associato alti livelli di empatia a migliori indicatori di salute mentale e fisica, tra cui:
- Minore rischio di depressione e ansia (Decety & Meyer, 2008)
- Miglior funzionamento immunitario (Lamm et al., 2011)
- Riduzione dei marcatori infiammatori (es. IL-6) grazie a relazioni empatiche significative
- Aumento della longevità, mediato da relazioni sociali più solide (Holt-Lunstad et al., 2010)
L’empatia promuove inoltre comportamenti di auto-cura e una maggiore compliance ai trattamenti medici in pazienti con patologie croniche.
Ovviamente a livello terapeutico, l’empatia è un fattore centrale dell’alleanza terapeutica. Perché sentirsi connessi in una relazione empatica facilita l’attivazione dei circuiti di regolazione nel paziente (Coan, 2006) e rende più efficace l’elaborazione dei traumi, perché il paziente stesso sente di potersi fidare in un contenitore emotivo sicuro di ciò che sente.
Da quanto detto, emerge che l’empatia pur essendo una capacità neurobiologicamente fondata, è fondamentale che vada stimolata e promossa a livello sociale, perché migliora la qualità di vita del singolo, in termini di salute fisica e mentale e riducendo i conflitti migliora la qualità di vita dei sistemi sociali.
Bibliografia
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